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Interviste ad Alessandro Cortini, musicista dei Nine Inch Nails

ALESSANDRO CORTINI, DA FORLI’ A LOS ANGELES, MEMBRO DELLA BAND AMERICANA ‘INDUSTRIAL’ NINE INCH NAILS. Vi segnalo alcune interviste e il video del suo studio.

Rolling Stone:

Io ho sempre fatto musica, praticamente ogni giorno, quotidianamente mi ritrovavo a premere il pulsante della registrazione, anche quando magari si trattava solo di fare delle cose un po’ per gioco, per passare il tempo. Cos’è successo? Quando è arrivato il lockdown, sarò sincero, a me era passata proprio la voglia di creare musica nuova. Zero. Semplicemente, ero senza ispirazione, non ero dello spirito. A quel punto però invece di disperarmi o di impormi di essere produttivo, ho iniziato a guardare nella sconfinata libreria delle registrazioni per gioco fatte negli anni, o comunque quelle inutilizzate, e con una pazienza da monaco certosino ho iniziato a riascoltarle e catalogarle tutte, tutte quante. Sai cosa? In certi casi mi sono proprio sorpreso di me stesso: ci sono registrazioni che letteralmente non mi ricordavo di aver fatto. D’altro canto sono risalito fino a dieci anni fa… no, aspetta, che dico… le prime cose sono del 2003…

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Artribune:

Sei partito da Forlì e approdato a Los Angeles per studiare al famoso Musicians Institute. Possiamo considerare questa esperienza come uno spartiacque fra un trascorso musicale legato al rock e un percorso orientato alla composizione elettronica?
Da quando avevo undici anni ho sempre suonato la chitarra. I chitarristi sono stati i miei idoli ed ero convinto di voler intraprendere quella strada. Già in Italia però mi ero avvicinato alla musica elettronica e avevo, in un certo senso, oltrepassato il rock, tanto che quando sono arrivato a Los Angeles ho acquistato subito un portatile. Ho capito che la chitarra non era lo strumento a cui volevo dedicarmi quando ho cominciato le lezioni. Ho studiato con i migliori insegnanti del genere, ma quando tornavo a casa e venivo lasciato a me stesso non la suonavo, bensì mi dedicavo alle mie composizioni. Non sono mancati i sensi di colpa, ma la mia fortuna è stata vivere negli Stati Uniti, un contesto in cui si è più liberi di scegliere. La verità è che ognuno di noi riesce nel campo in cui si riscopre bambino.

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